A’ semmulella di Torre del Greco

A Torre del Greco, ancora oggi, la domenica mattina, per le strade,
passano dei ragazzini provenienti dalla zona del mare, che vendono delle
pagnottelle di semola, calde, avvolte in tele di iuta: a’ Semmulella!

La Semolella (in dialetto torrese “semmulella”) è un pane nato nel
quartiere di S. Maria di Costantinopoli di Torre del Greco. 

E’ fatta con
farina di semola rimacinata di grano duro , lievito madre , acqua e sale.
Ha una pezzatura tradizionale intorno ai 200 grammi ed anche se
apparentemente piccola un’intera pagnottella è sufficiente per due
persone data la sua particolare consistenza.
È un prodotto tipico torrese e non si trova in tutti i panifici.
Definito anche il pane dei poveri, unitamente al pane con la sugna.
Si mangiava a colazione calda con alici dissalate, olio di oliva e pepe.
Oggi è ancora possibile trovarla ma va via via scomparendo.
Per chi come il mio papa’ vive lontano da Torre del Greco, mangiare una semmulella
significa ritornare ai sapori di infanzia, quelli che rifocillano non
solo lo stomaco ma soprattutto il cuore.

Ed e’ per questo, che chi ama mio padre, sapendo di fargli cosa assi gradita, ogni tanto gli porta direttamente da Torre del Greco le semolelle che mangiamo rigorosamente calde con alici ed un olio buono.

 

“‘A semmulella”

di CARLO BOCCIA

Alcuni giorni fa, sono uscito di casa per andare al lavoro, era più presto del solito (con le belle giornata ci si alza presto dal letto) e ho incontrato dalle parti di via Gradoni e Canali, esattamente alla Via Che Mena a S. Croce, un ragazzino dall’età di 10-12 anni. Aveva carrellino a due ruote, con dentro un sacco ed un rotolo di carta, era un ragazzino sveglio e nella parlata popolare si dice “nu figlio di bona mamma” nel senso che vive per la strada e conosce già i pericoli e le insidie della vita. Girava per i vicoli e vicoletti, tirandosi dietro il carrellino e gridando con una buona voce “Chi vo’ a semmulella”. Con occhi furbi e gesti scaltri guardava le finestre e i balconi, sperando che si aprissero e si affacciasse qualcuno: un possibile potenziale acquirente. La voce era caritatevole e melodica, quasi lamentosa, e arrivava lontano e si disperava nei meandri dei vicoli e negli antri dei palazzi, facendo a volte anche da sveglia a chi ancora dormiva. Sembrava che diceva <> e il volto e gli occhi quasi tristi, si illuminavano e brillavano alla voce allorquando veniva chiamato da qualcuno che diceva “Guagliò quanto costano, e mettine due nel panaro” (che poeta che sono! Ma incompreso perché non ho vinto mai un premio). Poi, con gesti pratici, prendeva dal sacco due semmulelle, le avvolgeva in un poco di carta presa dal rotolo e li metteva nel paniere; con gli occhi controllava i soldi e nello stesso momento il carrello con la sua merce.
La semmulella è un prodotto alimentare torrese ed è nato nel quartiere più antico di Torre: Santa Maria di Costantinopoli; si consuma al mattino presto, condita con alici già preparate nei vasetti con olio d’oliva e sale. E’ fatta di farina di Saravone, madre di crescito, acqua e sale; ha la forma di una pagnotta schiacciata e allungata dal peso di 200 grammi circa (attualmente non si usa più questo tipo di farina).

‘A semmulella
Un poco d’acqua farina e sale
Un poco d ‘aria di vichi e vicoletti
Un poco d’aria di mare
Un poco di voce di ragazzini
Un poco d’amore per Torre
Tutto impastato sulla madia
Ed ecco pronta la semulella.
Carlo Boccia

Questo alimento è un po’ pesante ed è consigliabile consumarne la metà; mia madre ne comprava due (40 lire) e le divideva in due. Una volta si vendevano al mercato, nei posti fissi, il venditore le teneva in caldo avvolte nei sacchi, e li serviva canditi al momento con olio, alici, sale o pepe. Poi anche i ragazzi per racimolare un piccolo guadagno, iniziarono questa tradizione, distribuivano e vendevano questo prodotto portandolo direttamente sotto casa, al mattino presto. E c’era chi le conservava avvolte in una maglia di lana sotto il materasso per tenerle in caldo per i figli

quando si svegliavano (l’amore materno è indescrivibile). Io ricordo che da ragazzo al Largo Bandito gruppi di “guagliuni” andavano al mattino presto dai fornai, “Papariello” al Largo Bandito, Vartummeo alla via XX settembre, Fasolo al vico Bufale, Savastano alla via XX settembre, Ciro Falanga a P.zza Luigi Palomba, “‘a Marchesa” a via Costantinopoli. Si equipaggiavano di un tegame (era nero), pieno di semolelle, sopra un sacco per coprirle e tenerle calde; il pagamento era dopo la vendita. Ognuno aveva la sua zona, si disperdevano per i vicoli e le strade della marina; ogni ragazzo esibiva il meglio della sua voce, e al mattino si vedevano camminare con questo tegame in testa, gridando “Chi vo’ a Sammulella, so’ caver e vullente”. 



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4 Comments

    • eggia'…il calore di un papa' attento che vuole tramandarti la sua tradizione fatta di sapori semplici… il calore della bonta' di una sapore semplice … ed il calore di chi, come te, lo percepisce proprio come volevo condividerlo io

  • eggia'…il calore di un papa' attento che vuole tramandarti la sua tradizione fatta di sapori semplici… il calore della bonta' di una sapore semplice … ed il calore di chi, come te, lo percepisce proprio come volevo condividerlo io

  • Andrea Oriente. Ho 62 anni e sono di Torrre del Greco. Leggendo questo trafiletto sulla semolella sono affiorati i miei ricordi di ragazzetto,anzi di bambino, dal momento che parliamo degli anni 50/60. Mi sono riconosciuto in tutti i passaggi descritti: dal ragazzo che annunciava strillando il suo passaggio al fatto che la "summulella" con alici olio e pepe veniva tagliata in due; ma sopratutto quel gesto,giustamente, definito amore di mamma che andava a conservare questa preziosissima ed insolita colazione in un panno di lana e poi sotto al materasso affinché conservasse il tepore quasi all' infinito. Ricordi indelebili, grazie Carlo

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